IL RITORNO DELLE SPREMUTE AUTUNNALI

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Ci sono assunti che acquisiscono lo status di incontrovertibili e assoluti. Uno di questi è che la vitamina C è una sostanza anti-invecchiamento, una storia che non è nuova, ma è forse poco conosciuta.

Le prove che confermano questa tesi sono radicate nel passato e addirittura avvincenti. La maggior parte degli animali, tranne le scimmie, alcuni pesci e diversi uccelli producono da soli questa importante vitamina, lo fanno attraverso i reni come i rettili o per mezzo del fegato in alcuni mammiferi.

Un tempo anche gli esseri umani provvedevano al fabbisogno di vitamina C in proprio, l’organo deputato a tale compito era il fegato e nel processo venivano chiamati in causa quattro enzimi che avevano il compito di trasformare gli zuccheri in circolazione nell’organismo in acido ascorbico, più comunemente chiamato vitamina C.

La scienza insegna che i mammiferi in grado di sintetizzare la vitamina C posseggono una capacità invidiabile, quella di vivere più a lungo.

Nel corso dei secoli le progressive mutazioni genetiche che hanno colpito l’essere umano, hanno fatto sì che l’uomo perdesse uno dei quattro enzimi, originariamente presente, e con esso anche la possibilità di sintesi della vitamina C.

L’ unica attuale certezza è che l’essere umano ha bisogno della vitamina C, una necessità che spesso la comunità scientifica ignora, forse perché la molecola ha costi piuttosto bassi e non è brevettabile.

Di seguito le innumerevoli proprietà dell’acido ascorbico:

– è un potente antiossidante che previene l’invecchiamento
– produce i globuli rossi
– blocca l’azione dei radicali liberi
– ripara i tessuti e stimola la guarigione delle ferite
– rafforza muscoli, cartilagini e vasi sanguigni

E quali sono gli alimenti che contengono le maggiori quantità di vitamina C? Alcuni tipi di frutti… FRESCHI (agrumi, ananas, kiwi), alcuni tipi di verdure ed ortaggi, anch’essi FRESCHI (lattuga, spinaci, broccoletti, peperoni, pomodori). Il comune denominatore di tali alimenti è proprio la loro FRESCHEZZA.

Fresco, un termine che ricorre anche in molte diete, indica un prodotto non confezionato, un alimento di stagione, ma soprattutto un cibo che viene consumato così com’è, crudo, per non disperdere tutte le sue proprietà nutritive.

Solo una piccola parte della vitamina C che si assume attraverso l’alimentazione viene assorbita dall’organismo, mentre purtroppo sono tantissimi i modi in cui essa può essere dispersa come la conservazione, l’esposizione alla luce o all’aria, la temutissima cottura.

Prepariamoci allora ad accogliere le fresche spremute autunnali, riserve di vitamina C per affrontare l’imminente stagione autunnale!

Virus, alimentazione e difese immunitarie

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CORONA VIRUS, CORONA VIRUS, CORONA VIRUS….. Un tam tam che rimbomba in questi giorni, un vago allarme e una certa preoccupazione che ci attanaglia… quando più quando meno, senz’altro un pensiero ogni tanto a questo nuovo virus ci va. Tutti noi speriamo vivamente che il problema si risolva quanto prima e senza troppe conseguenze, ma sicuramente l’allarme c’è.  Ecco perché mi è venuto in mente di fare un “ripasso” sulle possibili vie da percorrere per rafforzare le difese immunitarie, cosa peraltro utile in vista della semplice influenza, oppure ogni qualvolta si presenti una forma infettiva reiterata. L’esigenza di rinforzare la resistenza organica nei confronti degli agenti infettivi si sente maggiormente quando le nostre capacità di combattere svariati agenti patogeni, con cui veniamo ogni giorno in contatto, si mostrano indebolite. Le cause possono essere svariate:

  • situazioni di forte, stress sia psicologico che fisico: sostenere per periodi prolungati una situazione emotivamente troppo pesante crea un indebolimento del nostro organismo e, parimenti, sostenere una fatica fisica troppo impegnativa, come semplicemente troppo freddo o uno sbalzo termico troppo repentino, possono indebolire il nostro organismo;
  • la presenza di alcune patologie: soffrire di forme croniche come asma, forme di insufficienza cardiaca, o addirittura avere in atto malattie gravi come una neoplasia;
  • l’abuso di farmaci: soprattutto l’uso eccessivo ed indiscriminato di antibiotici;
  • l‘alimentazione squilibrata: pasta bianca, riso, cibi provenienti dalle cucine dei fast food e ricchi di conservanti sembra addirittura che, nelle 5 ore successive dall’ingerimento, riducano drasticamente la capacità battericida dei globuli bianchi.

Più generalmente, secondo gli esperti, bastano 70 grammi di zucchero al giorno per ridurre del 40% la capacità di azione dei globuli bianchi, in quanto si è visto che lo zucchero lede il sistema immunitario già 30 minuti dopo l’assunzione e la sua reazione dura all’incirca cinque ore;

  • lo scarso riposo notturno e l’eccessiva stanchezza crea un drastico aumento di ormoni stressogeni e la diminuzione di risposta del sistema immunitario.

Il nostro corpo, in tutti questi casi, presenta una scarsa efficacia dell’esercito immunitario con conseguente maggiore suscettibilità alle infezioni di qualsiasi genere, batteriche, virali, micotiche, parassitarie.

Il primo passo per rafforzare le difese immunitarie è adottare uno stile di vita sano: forse verrà a noia sentir sgranare le solite sacre regole dell’alimentazione ricca di frutta e verdura, dell’esercizio fisico regolare, del non fumare, non eccedere nell’uso di sostanze alcoliche, dormire almeno 7-8 ore per notte  e osservare scrupolosamente le norme di corretta igiene personale. Però effettivamente queste sono le regole basilari, i pilastri che sono necessari per la costruzione di una vita sana e del benessere individuale. Detto questo, possono verificarsi particolari situazioni in cui nasce la necessità di un sostegno più energico e mirato. In questo caso possono esserci di aiuto alcune specie vegetali ad azione immunostimolante che la natura offre da sempre.

Vorrei prima, però, ricordare qualche base su cui si fonda il sistema immunitario.

I leucociti o globuli bianchi sono le cellule chiave responsabili della risposta immunitaria. Grazie al loro intervento l’organismo si difende dagli attacchi dei numerosi microrganismi patogeni con cui viene in contatto come batteri, virus, funghi, parassiti. Per un organismo, il sistema immunitario rappresenta il miglior baluardo contro le minacce provenienti dall’ambiente esterno. I leucociti maturi che circolano nel sangue sono di cinque diversi tipi e vengono prodotti nel midollo osseo, un tessuto che si trova all’interno di alcune ossa. Le cellule più importanti sono rappresentate dai linfociti, che si dividono in due classi: linfociti B, che si sviluppano nel midollo osseo, e linfociti T, che maturano nel timo, un organo situato dietro lo sterno.

Per adempiere alle proprie funzioni protettive, il sistema immunitario può contare su svariati organi, tessuti, tipi cellulari e glicoproteine; insieme, tutti questi elementi compongono una sorta di “esercito” deputato ad attivarsi e aggredire qualunque cosa costituisca una potenziale minaccia per l’organismo.

Secondo il parere unanime della comunità medico-scientifica, come abbiamo già accennato, il modo migliore per rafforzare le difese immunitarie è adottare uno stile di vita sano. Del resto, è un dato di fatto che, con l’adozione di uno stile di vita sano, qualsiasi organo, apparato e sistema del corpo umano, compreso il sistema immunitario, funziona meglio e in modo più efficace.

Il “verde” che protegge!

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Broccoli, cavolfiori, cavoli e cavoletti di Bruxelles: è il verde il colore che protegge il cuore da ictus e infarto, soprattutto per le donne over 70. Il consumo delle verdure crucifere, infatti, è associato ad un minore spessore della parete arteriosa carotidea, uno dei vasi arteriosi più grandi del corpo umano. Un ispessimento delle pareti delle arterie è correlato invece all’aterosclerosi, ‘irrigidimento’ dei vasi, causa di malattie cardiovascolari, infarti e ictus. A evidenziarlo è uno studio guidato dalla University of Western Australia, pubblicato sul Journal of the American Heart Association.

Lo studio
I ricercatori hanno distribuito dei questionari sull’alimentazione a 954 donne australiane di età pari o superiore a 70 anni, e in particolare sul consumo di verdure (crucifere, ma anche cipolle, aglio, porri, scalogno, vegetali a foglia verde, e ancora peperoni, pomodori, e legumi). Per misurare lo spessore della parete dell’arteria carotide e l’accumulo di placche sono stati utilizzati degli esami specifici. I ricercatori hanno potuto così osservare uno spessore inferiore di 0,05 millimetri in chi assumeva molte verdure rispetto a chi ne assumeva poche, e in particolare a chi consumava il mix verde. “Questo è probabilmente significativo – spiega Lauren Blekkenhorst, autrice principale dello studio – perché una diminuzione di 0,1 millimetri dello spessore della parete carotidea è associata ad una diminuzione dal 10% al 18% nel rischio di ictus e infarto”. Inoltre, il consumo di 10 grammi in più di verdure al giorno era correlato a uno spessore medio della parete dell’arteria carotidea inferiore dello 0,8%.

Dieta sana in Pianeta sano

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Un consumo raddoppiato di noci, frutta, verdura, legumi e un dimezzamento del consumo di carne e zucchero. Sono queste le basi sulle quali poggia quella che gli scienziati definiscono la dieta ideale per la salute del pianeta e dei suoi abitanti.

La dieta, rinominata “Planetary Health”, è il risultato di un progetto triennale commissionato dalla rivista medica The Lancet, che ha coinvolto 37 specialisti di 16 Paesi, i quali sostengono che se il mondo seguisse questa dieta, ogni anno si potrebbero prevenire oltre 11 milioni di morti premature, le emissioni di gas serra verrebbero ridotte e si preserverebbe una maggiore quantità di riserve di terra, acqua e biodiversità.

I regimi alimentari non salutari attualmente causano più morti e malattie in tutto il mondo rispetto alle malattie sessualmente trasmesse ed all’uso combinato di alcol, droghe e tabacco.



La dieta ideale
Nella dieta messa a punto dagli esperti, il consumo medio globale di alimenti come carne rossa e zucchero dovrebbe essere ridotto del 50%, mentre il consumo di noci, frutta, verdura e legumi dovrebbe raddoppiare.

Per i singoli Paesi questo potrebbe significare cambiamenti ancora più drastici: le persone in Nord America, per esempio, mangiano quasi 6,5 volte la quantità raccomandata di carne rossa, mentre in Asia meridionale solo la metà della quantità suggerita da un corretto regime dietetico.

Raggiungere tali obiettivi con le verdure amidacee, come patate e manioca, comporterebbe un grande cambiamento nell’Africa sub-sahariana, dove le persone, in media, mangiano 7,5 volte la quantità consigliata.

Il cibo che mangiamo e il modo in cui lo produciamo determina la salute delle persone e del pianeta e, attualmente, lo stiamo facendo nel modo sbagliato”, spiega Tim Lang, professore alla British University of London, che ha co-diretto la ricerca. “Nutrire una popolazione di 10 miliardi di persone entro il 2050 con una dieta sana e sostenibile sarà impossibile senza trasformare le abitudini alimentari, migliorare la produzione di cibo e ridurre gli sprechi alimentari. Abbiamo bisogno di un cambiamento del sistema alimentare globale su una scala mai vista prima”.

I ricercatori sono comunque consapevoli che è quasi utopico sperare in un’adozione globale della dieta, perché esiste una vasta disuguaglianza globale dell’accesso al cibo.

Più di 800 milioni di persone non hanno cibo a sufficienza, mentre molte altre consumano una dieta malsana che contribuisce alla morte prematura ed alle malattie”, ricorda Walter Willett della Harvard University. “Anche se non riusciremo a mettere in atto questo cambiamento, dobbiamo comunque tentare di avvicinarci ad esso il più possibile”.

IL PESO SBAGLIATO SOTTRAE FINO A 4 ANNI DI VITA

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Pesare troppo e quindi essere obeso o in sovrappeso, oppure pesare troppo poco può aumentare di molto il rischio di sviluppare altre patologie e può accorciare l’aspettativa di vita fino a 4 anni. A quantificare il gap tra chi ha un indice di massa corporea (Bmi) ‘normale’, in generale tra 21 e 25, e chi è al di fuori di questo range, è stato uno studio coordinato dalla London School of Hygiene e pubblicato su Lancet Diabetes and Endocrinology.

 

Lo studio

La ricerca ha coinvolto oltre 3,6 milioni di persone in Gran Bretagna, di cui sono state studiate le cartelle cliniche elettroniche compilate dai medici di base, tenendo conto anche di altri fattori potenzialmente pericolosi, come il fumo o patologie preesistenti. Per le persone obese, ovvero con un indice calcolato superiore a 30, l’aspettativa di vita è risultata minore di 4,2 anni per gli uomini e 3,5 per le donne, soprattutto per tumori e malattie cardiovascolari, ma anche per molte altre patologie potenzialmente fatali, da quelle respiratorie al diabete.

Per chi è sottopeso invece, la riduzione è risultata di 4,3 anni per gli uomini e 4,5 per le donne, a causa di una serie di patologie diverse, dall’Alzheimer al suicidio.

 

“Questo legame però – precisano gli autori – potrebbe essere il risultato del fatto che la perdita di peso è un sintomo per molte malattie”. Il rischio, sottolinea lo studio, aumenta all’aumentare del peso. Per le malattie cardiovascolari ad esempio, la probabilità minore di morte è con un Bmi di 25, e aumenta del 29% per ogni cinque punti di aumento. Per quanto riguarda il rischio di tumore invece, l’indice di massa corporea a cui è minimo è 21, con un aumento del rischio del 13% per ogni 5 punti di aumento.

“L’indice di massa corporea è uno degli indicatori principali di salute – commenta Krishnan Bhaskaran, l’autore principale – Sappiamo che è legato al rischio di morte in generale, ma non c’erano state molte ricerche sul legame con le cause specifiche. Ora abbiamo colmato la lacuna, aiutando così ricercatori, pazienti e medici a capire meglio come l’essere sottopeso e il peso in eccesso possano essere associati a problemi come il cancro, le malattie respiratorie o del fegato”.

 

I risultati suonano come un campanello d’allarme per tutti i paesi, Italia compresa, che hanno un’alta prevalenza di persone sovrappeso o obese.

Secondo gli ultimi dati del rapporto Osservasalute, più di un terzo della popolazione adulta (35,3%) è in sovrappeso, mentre una persona su dieci è obesa (9,8%).

FRUTTA E VERDURA CONTRO L’INVECCHIAMENTO – Uno studio tutto marchigiano

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Combattere l’invecchiamento a tavola si può. A nascondere i segreti della longevità sono frutta e verdura. I senolitici, molecole presenti appunto in frutta e ortaggi, ma anche nei cereali, sarebbero infatti in grado, in alte concentrazioni, di rallentare malattie come osteoporosi e demenza. Cercare di isolare quelli più efficaci e sicuri da testare sull’uomo è proprio lo scopo di un progetto di ricerca condotto dal team di Marco Malavolta e Mauro Provinciali, dell’Istituto Nazionale Riposo e Cura Anziani di Ancona (INRCA), giunto ormai ai 50 anni di attività.

 

Abbiamo per il momento programmato uno studio della durata di 3 anni (2018-20) – afferma Provinciali – L’obiettivo è intraprendere una sperimentazione clinica con uno o più di questi senolitici su anziani con malattie croniche a partire dal 2020”.

I senolitici, molecole presenti principalmente in fragole, mele, agrumi, uva rossa, mirtilli, cachi, in verdura come pomodori, asparagi, cipolle e cetrioli, in oli vegetali e cereali, sono risultati capaci di eliminare le cosiddette ‘cellule senescenti’, che si accumulano nell’organismo con l’età e che recenti studi hanno dimostrato giocare un ruolo di primo piano in molte malattie dell’invecchiamento, ad esempio l’Alzheimer.

 

L’idea, dimostrata con successo per ora in studi su animali, è che eliminando le cellule senescenti somministrando senolitici, le malattie cronico-degenerative degli anziani possano essere “tenute a bada”, quando non addirittura guarite.

 

Lo studio INRCA prevede in questa fase di selezionare nuovi senolitici, concentrando la nostra attenzione su composti precedentemente studiati come anti-tumorali e in grado di riattivare alcuni meccanismi di morte cellulare, spenti nelle cellule senescenti”- spiega Malavolta – “Il nostro sogno è scoprire i senolitici migliori, efficaci ad ampio spettro e contemporaneamente su più malattie della terza età, oltre che sicuri per il paziente”.

 

 

 

 

Attenti alle mode: la dieta Fodmap

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Sgonfia la pancia e proprio per questo motivo è diventata una moda, ma la dieta Fodmap non è un gioco, bensì un regime alimentare raccomandato per chi soffre di una patologia ben precisa: il colon irritabile. Questa malattia deve essere prima diagnosticata, poi se il nutrizionista lo ritiene opportuno può prescrivere la Fodmap, dopodiché il paziente va tenuto sotto controllo.
Il monitoraggio è fondamentale perché con questa dieta vengono a mancare importanti elementi nutrizionali che possono portare a vere proprie carenze. 

Fodmap è l’acronimo di Oligosaccaridi, Disaccaridi, Monosaccaridi e Polioli Fermentabili, che nel piatto si traducono in frutta, verdura, legumi, latticini, frumento e derivati, e sono gli alimenti “gonfia-pancia”.  “Sono categorie di carboidrati scarsamente o non digeribili dal nostro apparato digerente e di conseguenza non essendo assorbibili, richiamano acqua determinando una dilatazione dell’intestino. Inoltre i batteri, naturalmente presenti nell’intestino, fermentano queste sostanze formando gas, che determina una ulteriore distensione intestinale, che a sua volta è causa di sintomi quali crampi e dolore addominale, manifestazioni tipiche della sindrome del colon irritabile”.

La dieta consiste proprio nel ridurre il consumo di questi alimenti, ed esiste un vero e proprio vademecum dei cibi ad alto e a basso contenuto di Fodmap.

Una speciale parentesi sui secondi piatti. Sono quasi tutti accettabili ma bisogna stare attenti alle preparazioni. Ad esempio, meglio evitare gli affettati perché la maggior parte contengono lattosio che viene utilizzato durante la preparazione.

Numerosi studi hanno dimostrato l’efficacia di questo approccio che viene infatti utilizzato come trattamento di prima linea, ancora prima dei farmaci dunque, per il trattamento del colon irritabile. Tuttavia, eliminare totalmente questi cibi non è salutare per chi non ne ha bisogno: la presenza di una certa quantità di gas nell’intestino, infatti, serve a farlo funzionare bene. Il volume della massa fecale, infatti, ha una serie di effetti benefici e salutistici importanti.

Quando poche kilocalorie fanno più male che bene. Il limite delle 800 KCAL!

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Consumare meno di 800 calorie al giorno fa “ingrassare” il cuore, mettendolo a rischio.

Potrebbe sembrare una contraddizione ma è proprio ciò che accade quando il regime calorico è troppo restrittivo: se da una parte il peso diminuisce, una quota notevole di grassi si muoverebbe verso il miocardio, l’involucro muscolare che lo fa funzionare. Attenzione, dunque, alle diete intensive, perché a chi ha problemi di cuore potrebbe causare un deterioramento momentaneo delle funzioni cardiache.

Emerge da uno studio condotto dai ricercatori del Centro di risonanza magnetica dell’Università di Oxford.

La premessa
“Questo tipo di dieta, diventata di moda negli scorsi anni, prevede l’assunzione di 600-800 calorie al giorno ed effettivamente fa perdere peso, riduce la pressione e migliora la condizione dei diabetici – spiega Jennifer Rayner, primo autore della ricerca – ma gli effetti sul cuore non erano mai stati indagati finora”.

La ricerca
Lo studio si è avvalso della risonanza magnetica per verificare l’impatto di una dieta molto restrittiva sul miocardio e la distribuzione del grasso su addome, fegato e muscoli del cuore. Sono state prese in esame 21 persone obese, che hanno seguito una dieta di 600-800 calorie al giorno per due mesi, la risonanza è stata eseguita all’inizio e dopo una e otto settimane. Dopo una settimana il grasso corporeo totale, viscerale e del fegato sono scesi in maniera significativa, contemporaneamente è stato registrato un miglioramento dell’insulino resistenza, calo del colesterolo totale, dei trigliceridi, del glucosio e della pressione. Tuttavia, dopo una settimana il grasso del miocardio è aumentato del 44% con un deterioramento delle funzioni del muscolo cardiaco e nella capacità di pompare sangue. Dopo otto settimane la situazione è risultata migliore rispetto al periodo precedente la dieta.

Si ritiene necessario però, scrivono i ricercatori,  un successivo studio per capire l’effetto della dieta intensiva su persone con problemi di cuore, poiché potrebbe provocare insufficienza cardiaca, problemi respiratori e aritmie.

Sebbene lo studio sia stato condotto su un numero ristretto di pazienti, è interessante trarre una ulteriore conferma della pericolosità a sottoporsi a

regimi dietetici restrittivi.

Tempo di digiuno

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digiuno-645Ho selezionato un articolo interessante riguardo ai benefici del digiuno. Dopo la lettura di questo breve studio verrebbe spontaneo seguire il profilo alimentare descritto. Occorre però sottolineare che l’uomo rispetto al topo è un “animale sociale” e che spesso, astenersi dal cibo, fa insorgere atteggiamenti poco controllabili e psicologicamente a rischio, con conseguente perdita di controllo nei pasti successivi o antecedenti il digiuno. Pertanto, anche se resta la validità di questo studio, credo che una dieta giornaliera equilibrata resti sempre il punto di riferimento sia per dimagrire che per mantenere il peso forma.

Un nuovo studio canadese spiega i benefici della ‘dieta del digiuno intermittente’ e perché aiuterebbe a perdere chili. Alcuni ricercatori dell’Università di Toronto in Canada hanno analizzato due gruppi di topi per 4 mesi. Uno è stato sottoposto ad una dieta che richiedeva due giorni di digiuno a settimana, seguiti da 5 di assunzione di cibo a livelli normali. L’altro ha seguito una regolare dieta senza eccessi. Entrambi i gruppi di roditori hanno assunto però la stessa quantità di calorie settimanali. Dopo 4 mesi, il gruppo che seguiva il digiuno intermittente è risultato decisamente più magro, con livelli di glucosio stabilizzati e meno grassi nel fegato. Secondo quanto ha scritto su Cell Research l’autore principale dello studio, Hoon-Ki Sung, una chiave dei benefici del digiuno intermittente sarebbe il fatto che favorisce la formazione del cosiddetto ‘ tessuto adiposo bruno’, quello che induce un maggior consumo di energia e quindi di calorie rispetto al ‘tessuto adiposo bianco’.

Autunno in forma

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Il ritorno all’attività lavorativa, il clima che cambia, le giornate che si accorciano… sono tutti fattori che, di per sé, non aiutano di certo l’umore.

autunno-cosa-mangiare-per-essere-in-formaMettersi a dieta in questa stagione non è mai facile e quindi limitarsi nell’alimentazione proprio in questa stagione potrebbe non essere un’idea vincente. Ma come si fa se la rilassatezza dell’estate e delle vacanze ha portato qualche chilo di troppo?
Tenersi l’eccesso di peso non è certo un bene, soprattutto per questioni di salute, ma non è necessario fare rinunce drastiche; è infatti possibile dimagrire mangiando. Ma come? Ecco qualche utile consiglio, affinché la dieta per l’autunno abbia successo.

Non esiste dieta che funzioni senza che questa sia associata all’incremento dell’attività fisica. Non rinunciate allo sport in autunno, anzi, ricordate che l’autunno è il momento migliore per iscriversi in palestra; i corsi, infatti, cominciano quasi tutti in questo periodo dell’anno.
Prima di partire in quarta per poi pentirsi di essersi iscritti è bene però scegliere un centro sportivo vicino a casa propria o all’ufficio ed accertarsi che gli orari siano flessibili e adatti alle proprie esigenze: la comodità aiuta la motivazione e dunque il raggiungimento dell’obiettivo. È inoltre utile che la palestra possieda un’attrezzatura varia e, idealmente, offra un’ampia scelta di corsi.

Pensiero positivo. Perché mettersi a dieta in autunno?

Ecco tre pensieri che aumentano la motivazione quando si sceglie una dieta per l’autunno:

1. Mettersi a dieta significa prendersi cura della propria salute. Se seguo una dieta adeguata mi sentirò meglio e sarà più semplice riprendere il ritmo questo autunno.

2. Mettersi a dieta non significa rinunciare a tutto ciò che c’è di buono. Si può dimagrire anche mangiando e non si deve dimagrire in fretta. Se mi metto a dieta in autunno e perdo lentamente i chili di troppo arriverò alla prossima estate più in forma che mai.

3. Mettersi a dietcorsa-1a significa prendersi cura del proprio corpo. Se perdo i chili di troppo mi sentirò più attraente; un taglio di capelli diverso e un abito nuovo faranno il resto.

Gli alimenti da inserire nella dieta per l’autunno

Anche nel caso della dieta per l’autunno, quando si parla di dieta per dimagrire, il fai da te non è mai una buona idea. Prima di intraprendere un percorso alimentare restrittivo è dunque buona norma rivolgersi a un nutrizionista.

Detto questo, comunque, bisogna imparaautumn-dinner-tablere a mangiare in maniera corretta e una dieta per l’autunno non può prescindere dal consumo di frutta e verdure di stagione: broccoli, cavoli, carciofi, zucche, verze, spinaci, mele, kiwi italiani, melograni eccetera non dovranno mai mancare sulle nostre tavole.

Le verdure, ovviamente, andranno cotte in maniera semplice, preferibilmente al vapore, senza l’aggiunta di condimenti grassi, ad accezione di un cucchiaino di olio d’oliva.
La frutta dell’autunno, anche quella molto zuccherina, va bene, purché sia di stagione (uva, caki, fichi, melograni) e purché non si esageri con le quantità.

Dieta digiuno? Saltare i pasti a giorni alterni vs regime ipocalorico

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Le persone che digiunano a giorni alterni non perdono più peso rispetto a chi si sottopone a un regime ipocalorico classico, inoltre, il tasso di abbandono della dieta che prevede il digiuno a giorni alterni sembrerebbe essere più elevato. Questo è quanto conclude un team di ricercatori della Tufts University di Boston la cui ricerca è pubblicata su JAMA Internal Medicine. I regimi dietetici che includono il digiuno a giorni alterni sono diventati molto popolari e questo è dovuto in parte al fatto che alcune persone faticano a perdere i chili di troppo con le diete tradizionali incentrate sulla conta delle calorie da introdurre giornalmente.

Lo studio

I ricercatori hanno assegnato per 12 mesi, in modo randomizzato, 100 adulti obesi a tre diversi gruppi dietetici: un gruppo portava avanti le abitudini alimentari alle quali era abituato, un secondo gruppo introduceva il digiuno a giorni alterni e un terzo gruppo veniva sottoposto ad una forte restrizione calorica giornaliera. La quantità di calorie totali introdotte negli ultimi due gruppi era la medesima. I partecipanti allo studio, in prevalenza di sesso femminile, avevano un’età media di 44 anni. Nel gruppo digiuno i partecipanti alternavano un taglio delle calorie del 75% in un certo giorno e il giorno successivo aumentavano l’introito calorico del 25%, mentre il terzo gruppo aveva tagliato del 25% l’introito calorico tutti i giorni.

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Risultati

Dopo i 12 mesi il gruppo che aveva seguito il digiuno a giorni alterni aveva perso più peso, ma non in modo significativo rispetto agli altri due gruppi (6% del peso totale nel gruppo digiuno, 5,3% nel gruppo a restrizione calorica giornaliera), tanto da far concludere ai ricercatori che ciò fosse dovuto al caso. In cambio, il regime era stato abbandonato dal 38% nel gruppo digiuno e dal 29% nel gruppo restrizione calorica giornaliera, il che rappresenta anche un limite della ricerca stessa. Questo vuol dire che il digiuno a giorni alterni non è una soluzione sostenibile a lungo termine per perdere peso. “Lo studio dice che saltare i pasti a giorni alterni non è la bacchetta magica come è stato pubblicizzato – afferma Susan Roberts direttore del laboratorio di metabolismo energetico presso l’USDA Nutrition Center della Tufts University di Boston.

Il rischio binging

È ancora in atto la valutazione su quanto sia sano questo approccio dietetico, infatti la dieta del digiuno a giorni alterni potrebbe, secondo i ricercatori come Samantha Heller, nutrizionista alla New York University Langone Medical Center di New York City, esacerbare comportamenti alimentari estremi come il binging. Il digiuno intermittetente, infatti, non insegna strategie per l’adozione e il mantenimento di un sano stile di vita che, secondo la dottoressa Heller, implica nel lungo termine una dieta sana ed equilibrata, fatta anche di alimenti piacevoli ai quali le persone non devono rinunciare.

Maschio giovane e poco istruito: l’identikit del consumatore di “cibi sbagliati”

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L’estratto che segue fa riferimento  alla società americana che notoriamente di discosta non poco dai modelli alimentari europei. Però, seppure con i dovuti distinguo, occorre sottolineare che un certo allineamento ai modelli statunitensi è in corso nell’ultimo decennio non solo per lo straripante potere mediatico dei fast food, ma anche per il progressivo impoverimento culturale dei giovani in particolare modo degli studenti italiani che, come sottolinea l’OCSE, accusano un pesante ritardo rispetto ai loro coetanei europei.

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Pare che il sesso, l’età ed il grado d’istruzione possano influenzare le scelte alimentari in relazione al luogo degli acquisti. Secondo uno studio pubblicato dalla rivista Preventive Medicine, il consumatore giovane, maschio e con bassa istruzione, è quello che più frequentemente è portato a comprare alimenti non sani.

Ricercatori della RAND Corporation, nell’ambito di uno studio sul consumo di cibo in quartieri statunitensi a basso reddito, hanno esaminato le abitudini alimentari di 1.372 famiglie e i loro acquisti in supermercati di diverso tipo: da quelli più economici e con una maggiore quantità di junk food, ai supermercati più forniti di cibi freschi e di qualità.

Lo studio ha scoperto che essere più giovani e maschi prevedeva significativamente una maggiore assunzione di bevande zuccherate, zuccheri aggiunti e grassi. La mancanza di una laurea era associata a un maggiore consumo di bevande zuccherate e grassi, e minori consumi di frutta e verdura. Essere più anziani e avere un diploma universitario era associato a mangiare più frutta e verdura.

I fattori sociali e demografici sono risultati complessivamente due volte più importanti nel determinare le scelte rispetto ai luoghi in cui si è acquistato. “Aprire più negozi che vendono alimenti sani avrà un impatto relativamente basso sulla riduzione del consumo di cibi non sani”, mentre bisognerebbe puntare maggiormente su “strategie atte a modificare le scelte”, ha dichiarato Christine Vaughan, autrice principale dello studio.

La vista del cibo scatena l’appetito?

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pesce-zebraEbbene sì, mangiare con gli occhi è possibile. Il segreto è in un meccanismo del cervello che collega direttamente la vista del cibo all’appetito e che è stato osservato in azione nei pesci zebra. Pubblicata su Nature Communications, la scoperta si deve ad un gruppo di ricercatori giapponesi dell’Istituto Nazionale di Genetica (Nig) guidati da Akira Muto. Da qui si potrà partire per capire il modo in cui il cervello controlla l’appetito e potrebbe aiutare a comprendere anche i disturbi alimentari.

”Negli animali vertebrati – ha precisato Muto – il comportamento alimentare è regolato da un’area del cervello chiamata ipotalamo, che funziona come una centralina che controlla ed elabora le informazioni sui bisogni energetici dell’organismo e quelle sulla disponibilità di cibo”. I pesci zebra, come gli esseri umani, ha aggiunto, ”utilizzano principalmente la vista per riconoscere il cibo e sappiamo che l’ipotalamo riceve le informazioni visive sulle prede”.

Tuttavia, finora non era chiaro come le informazioni visive sulle prede fossero trasmesse al centro dell’appetito dell’ipotalamo. Grazie alle tecniche che usano la luce per attivare le singole cellule del cervello, i ricercatori hanno osservato in tempo reale l’attività delle cellule nervose nelle larve del pesce zebra. E’ stato così possibile dimostrare che la vista delle prede attiva la centralina dell’appetito dell’ipotalamo.

Di conseguenza esiste un circuito nervoso che collega direttamente la vista del cibo a questa centralina. ”Lo studio dimostra – ha osservato Muto – che la percezione visiva del cibo e’ legata al comportamento alimentare. Questo è un passo importante per capire come viene regolato l’appetito, sia in condizioni normali, sia nei disturbi alimentari”.

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Counselling nutrizionale – Caratteristiche ed opportunità

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Il counselling nutrizionale è un approccio innovativo che applica le competenze di base del counselling per educare ad una corretta alimentazione e rendere più completa ed efficace la dietoterapia prescrittiva, il cui limite principale è dato solitamente dalla difficoltà di conservare nel tempo i risultati raggiunti con la dieta. Se nella dietoterapia prescrittiva, infatti, la persona è invitata principalmente ad applicare le indicazioni alimentari fornite dall’esperto, nel counselling nutrizionale questa è coinvolta in un percorso di apprendimento attivo di regole alimentari corrette. Tanti possono essere, infatti, gli “agenti di disturbo” di un’alimentazione equilibrata e gratificante: le abbuffate continue o alternate a periodi di digiuno, l’introduzione di elevate quantità di cibo e calorie o al contrario la scarsa o nulla assunzione di gruppi di alimenti; in alcuni casi possono essere presenti  intolleranze alimentari o altre patologie o condizioni di abuso di farmaci. Vanno poi considerati gli aspetti affettivi, lavorativi e relazionali della persona, la sua capacità di “ascoltarsi e comprendersi”, la sua attenzione al corpo ed ai segnali che questo inevitabilmente comunica. L’obiettivo del nutrizionista, quindi, non sarà semplicemente definire l’oggetto “dieta”, ma capire il soggetto da “mettere a dieta”: il suo stile di vita, la sua cultura personale fatta di giudizi e pregiudizi, la sua provenienza, il suo credo, nonché lo sviluppo delle abitudini alimentari infantili e determinate dai genitori.

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Il counselling nutrizionale è dunque rivolto al singolo individuo o a piccoli gruppi e si basa sullo scambio interattivo di informazioni fra consulente e paziente, finalizzato a fornire un’educazione nutrizionale, ricercando strategie concrete per un nuovo stile comportamentale, che favorisca la riduzione di atteggiamenti correlati ad un disturbo alimentare, permetta di affrontare serenamente eventuali diete o  regimi alimentari restrittivi, aumenti la varietà dei cibi assunti, promuova la cucina creativa ed incoraggi  l’attività fisica regolare.

Utilizzare tecniche di counselling non vuol dire modificare il rapporto che il professionista ha con il proprio paziente, anzi significa valorizzarlo con modalità più personalizzate, sfruttando un metodo maggiormente strutturato e raffinato nel fornire informazioni e aiuto alla persona con comportamenti a rischio. Il suo punto di forza è la formazione del paziente piuttosto che la prescrizione della terapia, cosicché l’individuo divenga protagonista del percorso.

Umberto Galimberti, in una nota che mette in relazione sensi e cibo, ci fornisce uno spunto di riflessione importante riguardo a stili alimentari e tradizioni, che sono appunto aspetti fondamentali di un percorso di counselling nutrizionale individuale o di gruppo.

Perché è così difficile darsi una misura nell’assunzione del cibo? Perché gusto ed olfatto sono i sensi più arcaici che mettono in moto le zone più primitive del nostro cervello, quelle su cui i nostri ragionamenti, i nostri propositi, la nostra buona volontà hanno una scarsissima incidenza. Per questo la gola, più che un vizio capitale, è un richiamo alla nostra animalità, il retaggio della nostra antica condizione”.

ADOLESCENTI: Una dieta poco sana aumenta il rischio di cancro al seno.

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Nelle donne che da adolescenti hanno seguito una dieta povera di nutrienti, il rischio di sviluppare il cancro al seno in premenopausa è maggiore del 41%. A fornire nuove conferme sull’importante ruolo della nutrizione nel contribuire a difenderci dal cancro è una ricerca pubblicata sulla rivista Cancer Epidemiology, Biomarkers & Prevention, ricordando che per dieta povera di nutrienti si intende un regime alimentare a basso contenuto di frutta e ortaggi, ma ad alto contenuto di zuccheri e carni lavorate.

woman with fruits showing thumbs upIl rischio di cancro varia in base a numerosi fattori, tra cui la predisposizione genetica e gli stili di vita. Un team di ricercatori ha analizzato i dati di 45.204 donne che avevano completato un questionario quando avevano tra i 27 e i 44 anni riportando informazioni sulla loro alimentazione da adolescenti. Utilizzando una tecnica che associa l’assunzione di cibo con marcatori di infiammazione nel sangue, i ricercatori hanno assegnato un punteggio infiammatorio alla dieta di ogni donna. Le donne con una dieta a più alto punteggio infiammatorio durante l’adolescenza avevano un aumento del rischio di cancro al seno in premenopausa del 41%, rispetto a quelle che hanno avuto il punteggio infiammatorio più basso.

Durante l’adolescenza, quando la ghiandola mammaria è in rapido sviluppo e molto sensibile a fattori legati allo stile di vita, è importante consumare una dieta ricca di verdure, frutta, cereali integrali, noci, semi e legumi ed evitare un elevato apporto di zuccheri, carboidrati raffinati, carni rosse e trasformate”, commenta una degli autori, Karin B. Michels, presidente del Dipartimento di Epidemiologia presso la Fielding Schhool of Public Health della University of California-Los Angeles.

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