Tempo di digiuno

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digiuno-645Ho selezionato un articolo interessante riguardo ai benefici del digiuno. Dopo la lettura di questo breve studio verrebbe spontaneo seguire il profilo alimentare descritto. Occorre però sottolineare che l’uomo rispetto al topo è un “animale sociale” e che spesso, astenersi dal cibo, fa insorgere atteggiamenti poco controllabili e psicologicamente a rischio, con conseguente perdita di controllo nei pasti successivi o antecedenti il digiuno. Pertanto, anche se resta la validità di questo studio, credo che una dieta giornaliera equilibrata resti sempre il punto di riferimento sia per dimagrire che per mantenere il peso forma.

Un nuovo studio canadese spiega i benefici della ‘dieta del digiuno intermittente’ e perché aiuterebbe a perdere chili. Alcuni ricercatori dell’Università di Toronto in Canada hanno analizzato due gruppi di topi per 4 mesi. Uno è stato sottoposto ad una dieta che richiedeva due giorni di digiuno a settimana, seguiti da 5 di assunzione di cibo a livelli normali. L’altro ha seguito una regolare dieta senza eccessi. Entrambi i gruppi di roditori hanno assunto però la stessa quantità di calorie settimanali. Dopo 4 mesi, il gruppo che seguiva il digiuno intermittente è risultato decisamente più magro, con livelli di glucosio stabilizzati e meno grassi nel fegato. Secondo quanto ha scritto su Cell Research l’autore principale dello studio, Hoon-Ki Sung, una chiave dei benefici del digiuno intermittente sarebbe il fatto che favorisce la formazione del cosiddetto ‘ tessuto adiposo bruno’, quello che induce un maggior consumo di energia e quindi di calorie rispetto al ‘tessuto adiposo bianco’.

Autunno in forma

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Il ritorno all’attività lavorativa, il clima che cambia, le giornate che si accorciano… sono tutti fattori che, di per sé, non aiutano di certo l’umore.

autunno-cosa-mangiare-per-essere-in-formaMettersi a dieta in questa stagione non è mai facile e quindi limitarsi nell’alimentazione proprio in questa stagione potrebbe non essere un’idea vincente. Ma come si fa se la rilassatezza dell’estate e delle vacanze ha portato qualche chilo di troppo?
Tenersi l’eccesso di peso non è certo un bene, soprattutto per questioni di salute, ma non è necessario fare rinunce drastiche; è infatti possibile dimagrire mangiando. Ma come? Ecco qualche utile consiglio, affinché la dieta per l’autunno abbia successo.

Non esiste dieta che funzioni senza che questa sia associata all’incremento dell’attività fisica. Non rinunciate allo sport in autunno, anzi, ricordate che l’autunno è il momento migliore per iscriversi in palestra; i corsi, infatti, cominciano quasi tutti in questo periodo dell’anno.
Prima di partire in quarta per poi pentirsi di essersi iscritti è bene però scegliere un centro sportivo vicino a casa propria o all’ufficio ed accertarsi che gli orari siano flessibili e adatti alle proprie esigenze: la comodità aiuta la motivazione e dunque il raggiungimento dell’obiettivo. È inoltre utile che la palestra possieda un’attrezzatura varia e, idealmente, offra un’ampia scelta di corsi.

Pensiero positivo. Perché mettersi a dieta in autunno?

Ecco tre pensieri che aumentano la motivazione quando si sceglie una dieta per l’autunno:

1. Mettersi a dieta significa prendersi cura della propria salute. Se seguo una dieta adeguata mi sentirò meglio e sarà più semplice riprendere il ritmo questo autunno.

2. Mettersi a dieta non significa rinunciare a tutto ciò che c’è di buono. Si può dimagrire anche mangiando e non si deve dimagrire in fretta. Se mi metto a dieta in autunno e perdo lentamente i chili di troppo arriverò alla prossima estate più in forma che mai.

3. Mettersi a dietcorsa-1a significa prendersi cura del proprio corpo. Se perdo i chili di troppo mi sentirò più attraente; un taglio di capelli diverso e un abito nuovo faranno il resto.

Gli alimenti da inserire nella dieta per l’autunno

Anche nel caso della dieta per l’autunno, quando si parla di dieta per dimagrire, il fai da te non è mai una buona idea. Prima di intraprendere un percorso alimentare restrittivo è dunque buona norma rivolgersi a un nutrizionista.

Detto questo, comunque, bisogna imparaautumn-dinner-tablere a mangiare in maniera corretta e una dieta per l’autunno non può prescindere dal consumo di frutta e verdure di stagione: broccoli, cavoli, carciofi, zucche, verze, spinaci, mele, kiwi italiani, melograni eccetera non dovranno mai mancare sulle nostre tavole.

Le verdure, ovviamente, andranno cotte in maniera semplice, preferibilmente al vapore, senza l’aggiunta di condimenti grassi, ad accezione di un cucchiaino di olio d’oliva.
La frutta dell’autunno, anche quella molto zuccherina, va bene, purché sia di stagione (uva, caki, fichi, melograni) e purché non si esageri con le quantità.

Dieta digiuno? Saltare i pasti a giorni alterni vs regime ipocalorico

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Le persone che digiunano a giorni alterni non perdono più peso rispetto a chi si sottopone a un regime ipocalorico classico, inoltre, il tasso di abbandono della dieta che prevede il digiuno a giorni alterni sembrerebbe essere più elevato. Questo è quanto conclude un team di ricercatori della Tufts University di Boston la cui ricerca è pubblicata su JAMA Internal Medicine. I regimi dietetici che includono il digiuno a giorni alterni sono diventati molto popolari e questo è dovuto in parte al fatto che alcune persone faticano a perdere i chili di troppo con le diete tradizionali incentrate sulla conta delle calorie da introdurre giornalmente.

Lo studio

I ricercatori hanno assegnato per 12 mesi, in modo randomizzato, 100 adulti obesi a tre diversi gruppi dietetici: un gruppo portava avanti le abitudini alimentari alle quali era abituato, un secondo gruppo introduceva il digiuno a giorni alterni e un terzo gruppo veniva sottoposto ad una forte restrizione calorica giornaliera. La quantità di calorie totali introdotte negli ultimi due gruppi era la medesima. I partecipanti allo studio, in prevalenza di sesso femminile, avevano un’età media di 44 anni. Nel gruppo digiuno i partecipanti alternavano un taglio delle calorie del 75% in un certo giorno e il giorno successivo aumentavano l’introito calorico del 25%, mentre il terzo gruppo aveva tagliato del 25% l’introito calorico tutti i giorni.

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Risultati

Dopo i 12 mesi il gruppo che aveva seguito il digiuno a giorni alterni aveva perso più peso, ma non in modo significativo rispetto agli altri due gruppi (6% del peso totale nel gruppo digiuno, 5,3% nel gruppo a restrizione calorica giornaliera), tanto da far concludere ai ricercatori che ciò fosse dovuto al caso. In cambio, il regime era stato abbandonato dal 38% nel gruppo digiuno e dal 29% nel gruppo restrizione calorica giornaliera, il che rappresenta anche un limite della ricerca stessa. Questo vuol dire che il digiuno a giorni alterni non è una soluzione sostenibile a lungo termine per perdere peso. “Lo studio dice che saltare i pasti a giorni alterni non è la bacchetta magica come è stato pubblicizzato – afferma Susan Roberts direttore del laboratorio di metabolismo energetico presso l’USDA Nutrition Center della Tufts University di Boston.

Il rischio binging

È ancora in atto la valutazione su quanto sia sano questo approccio dietetico, infatti la dieta del digiuno a giorni alterni potrebbe, secondo i ricercatori come Samantha Heller, nutrizionista alla New York University Langone Medical Center di New York City, esacerbare comportamenti alimentari estremi come il binging. Il digiuno intermittetente, infatti, non insegna strategie per l’adozione e il mantenimento di un sano stile di vita che, secondo la dottoressa Heller, implica nel lungo termine una dieta sana ed equilibrata, fatta anche di alimenti piacevoli ai quali le persone non devono rinunciare.

Maschio giovane e poco istruito: l’identikit del consumatore di “cibi sbagliati”

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L’estratto che segue fa riferimento  alla società americana che notoriamente di discosta non poco dai modelli alimentari europei. Però, seppure con i dovuti distinguo, occorre sottolineare che un certo allineamento ai modelli statunitensi è in corso nell’ultimo decennio non solo per lo straripante potere mediatico dei fast food, ma anche per il progressivo impoverimento culturale dei giovani in particolare modo degli studenti italiani che, come sottolinea l’OCSE, accusano un pesante ritardo rispetto ai loro coetanei europei.

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Pare che il sesso, l’età ed il grado d’istruzione possano influenzare le scelte alimentari in relazione al luogo degli acquisti. Secondo uno studio pubblicato dalla rivista Preventive Medicine, il consumatore giovane, maschio e con bassa istruzione, è quello che più frequentemente è portato a comprare alimenti non sani.

Ricercatori della RAND Corporation, nell’ambito di uno studio sul consumo di cibo in quartieri statunitensi a basso reddito, hanno esaminato le abitudini alimentari di 1.372 famiglie e i loro acquisti in supermercati di diverso tipo: da quelli più economici e con una maggiore quantità di junk food, ai supermercati più forniti di cibi freschi e di qualità.

Lo studio ha scoperto che essere più giovani e maschi prevedeva significativamente una maggiore assunzione di bevande zuccherate, zuccheri aggiunti e grassi. La mancanza di una laurea era associata a un maggiore consumo di bevande zuccherate e grassi, e minori consumi di frutta e verdura. Essere più anziani e avere un diploma universitario era associato a mangiare più frutta e verdura.

I fattori sociali e demografici sono risultati complessivamente due volte più importanti nel determinare le scelte rispetto ai luoghi in cui si è acquistato. “Aprire più negozi che vendono alimenti sani avrà un impatto relativamente basso sulla riduzione del consumo di cibi non sani”, mentre bisognerebbe puntare maggiormente su “strategie atte a modificare le scelte”, ha dichiarato Christine Vaughan, autrice principale dello studio.

La vista del cibo scatena l’appetito?

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pesce-zebraEbbene sì, mangiare con gli occhi è possibile. Il segreto è in un meccanismo del cervello che collega direttamente la vista del cibo all’appetito e che è stato osservato in azione nei pesci zebra. Pubblicata su Nature Communications, la scoperta si deve ad un gruppo di ricercatori giapponesi dell’Istituto Nazionale di Genetica (Nig) guidati da Akira Muto. Da qui si potrà partire per capire il modo in cui il cervello controlla l’appetito e potrebbe aiutare a comprendere anche i disturbi alimentari.

”Negli animali vertebrati – ha precisato Muto – il comportamento alimentare è regolato da un’area del cervello chiamata ipotalamo, che funziona come una centralina che controlla ed elabora le informazioni sui bisogni energetici dell’organismo e quelle sulla disponibilità di cibo”. I pesci zebra, come gli esseri umani, ha aggiunto, ”utilizzano principalmente la vista per riconoscere il cibo e sappiamo che l’ipotalamo riceve le informazioni visive sulle prede”.

Tuttavia, finora non era chiaro come le informazioni visive sulle prede fossero trasmesse al centro dell’appetito dell’ipotalamo. Grazie alle tecniche che usano la luce per attivare le singole cellule del cervello, i ricercatori hanno osservato in tempo reale l’attività delle cellule nervose nelle larve del pesce zebra. E’ stato così possibile dimostrare che la vista delle prede attiva la centralina dell’appetito dell’ipotalamo.

Di conseguenza esiste un circuito nervoso che collega direttamente la vista del cibo a questa centralina. ”Lo studio dimostra – ha osservato Muto – che la percezione visiva del cibo e’ legata al comportamento alimentare. Questo è un passo importante per capire come viene regolato l’appetito, sia in condizioni normali, sia nei disturbi alimentari”.

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Counselling nutrizionale – Caratteristiche ed opportunità

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Il counselling nutrizionale è un approccio innovativo che applica le competenze di base del counselling per educare ad una corretta alimentazione e rendere più completa ed efficace la dietoterapia prescrittiva, il cui limite principale è dato solitamente dalla difficoltà di conservare nel tempo i risultati raggiunti con la dieta. Se nella dietoterapia prescrittiva, infatti, la persona è invitata principalmente ad applicare le indicazioni alimentari fornite dall’esperto, nel counselling nutrizionale questa è coinvolta in un percorso di apprendimento attivo di regole alimentari corrette. Tanti possono essere, infatti, gli “agenti di disturbo” di un’alimentazione equilibrata e gratificante: le abbuffate continue o alternate a periodi di digiuno, l’introduzione di elevate quantità di cibo e calorie o al contrario la scarsa o nulla assunzione di gruppi di alimenti; in alcuni casi possono essere presenti  intolleranze alimentari o altre patologie o condizioni di abuso di farmaci. Vanno poi considerati gli aspetti affettivi, lavorativi e relazionali della persona, la sua capacità di “ascoltarsi e comprendersi”, la sua attenzione al corpo ed ai segnali che questo inevitabilmente comunica. L’obiettivo del nutrizionista, quindi, non sarà semplicemente definire l’oggetto “dieta”, ma capire il soggetto da “mettere a dieta”: il suo stile di vita, la sua cultura personale fatta di giudizi e pregiudizi, la sua provenienza, il suo credo, nonché lo sviluppo delle abitudini alimentari infantili e determinate dai genitori.

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Il counselling nutrizionale è dunque rivolto al singolo individuo o a piccoli gruppi e si basa sullo scambio interattivo di informazioni fra consulente e paziente, finalizzato a fornire un’educazione nutrizionale, ricercando strategie concrete per un nuovo stile comportamentale, che favorisca la riduzione di atteggiamenti correlati ad un disturbo alimentare, permetta di affrontare serenamente eventuali diete o  regimi alimentari restrittivi, aumenti la varietà dei cibi assunti, promuova la cucina creativa ed incoraggi  l’attività fisica regolare.

Utilizzare tecniche di counselling non vuol dire modificare il rapporto che il professionista ha con il proprio paziente, anzi significa valorizzarlo con modalità più personalizzate, sfruttando un metodo maggiormente strutturato e raffinato nel fornire informazioni e aiuto alla persona con comportamenti a rischio. Il suo punto di forza è la formazione del paziente piuttosto che la prescrizione della terapia, cosicché l’individuo divenga protagonista del percorso.

Umberto Galimberti, in una nota che mette in relazione sensi e cibo, ci fornisce uno spunto di riflessione importante riguardo a stili alimentari e tradizioni, che sono appunto aspetti fondamentali di un percorso di counselling nutrizionale individuale o di gruppo.

Perché è così difficile darsi una misura nell’assunzione del cibo? Perché gusto ed olfatto sono i sensi più arcaici che mettono in moto le zone più primitive del nostro cervello, quelle su cui i nostri ragionamenti, i nostri propositi, la nostra buona volontà hanno una scarsissima incidenza. Per questo la gola, più che un vizio capitale, è un richiamo alla nostra animalità, il retaggio della nostra antica condizione”.

ADOLESCENTI: Una dieta poco sana aumenta il rischio di cancro al seno.

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Nelle donne che da adolescenti hanno seguito una dieta povera di nutrienti, il rischio di sviluppare il cancro al seno in premenopausa è maggiore del 41%. A fornire nuove conferme sull’importante ruolo della nutrizione nel contribuire a difenderci dal cancro è una ricerca pubblicata sulla rivista Cancer Epidemiology, Biomarkers & Prevention, ricordando che per dieta povera di nutrienti si intende un regime alimentare a basso contenuto di frutta e ortaggi, ma ad alto contenuto di zuccheri e carni lavorate.

woman with fruits showing thumbs upIl rischio di cancro varia in base a numerosi fattori, tra cui la predisposizione genetica e gli stili di vita. Un team di ricercatori ha analizzato i dati di 45.204 donne che avevano completato un questionario quando avevano tra i 27 e i 44 anni riportando informazioni sulla loro alimentazione da adolescenti. Utilizzando una tecnica che associa l’assunzione di cibo con marcatori di infiammazione nel sangue, i ricercatori hanno assegnato un punteggio infiammatorio alla dieta di ogni donna. Le donne con una dieta a più alto punteggio infiammatorio durante l’adolescenza avevano un aumento del rischio di cancro al seno in premenopausa del 41%, rispetto a quelle che hanno avuto il punteggio infiammatorio più basso.

Durante l’adolescenza, quando la ghiandola mammaria è in rapido sviluppo e molto sensibile a fattori legati allo stile di vita, è importante consumare una dieta ricca di verdure, frutta, cereali integrali, noci, semi e legumi ed evitare un elevato apporto di zuccheri, carboidrati raffinati, carni rosse e trasformate”, commenta una degli autori, Karin B. Michels, presidente del Dipartimento di Epidemiologia presso la Fielding Schhool of Public Health della University of California-Los Angeles.

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DONNE E SALUTE DELLE OSSA: FRUTTA, VERDURA, PESCE E CEREALI INTEGRALI.

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Un’alimentazione ricca di frutta, verdura, pesce e cereali integrali è quello che ci vuole per la salute delle ossa delle donne. Una dieta considerata anti-infiammatoria e che può prevenire anche le fratture. È quanto si evidenzia in uno studio della Ohio State University, pubblicato sulla rivista Journal of Bone and Mineral Research.

Gli studiosi hanno preso in esame un’ampia ricerca condotta su donne di età compresa tra i 50 e i 79 anni, dal 1993 al 1998 (Women’s Health Initiative), analizzando i dati sulla dieta di 160.191 donne ed assegnando a 32 componenti di cibi, in particolare consumati nei tre mesi precedenti all’arruolamento allo studio, un punteggio in termini di infiammazione. Per 10mila donne sono stati poi raccolti dei dati sulla densità minerale delle ossa, mentre per tutto il campione sono stati esaminati dati relativi alle fratture.download

Dai risultati è emersa una correlazione fra una dieta altamente infiammatoria e fratture nelle donne di meno di 63 anni, in particolare con un rischio di frattura all’anca maggiore del 50% rispetto a quelle che si posizionavano nel gruppo con punteggi infiammatori più bassi. “Questo suggerisce che una dieta di alta qualità e meno infiammatoria può essere particolarmente importante nella riduzione del rischio di frattura dell’anca nelle donne più giovani”, scrivono i ricercatori.

Non solo: se è vero che le donne che seguivano una dieta meno infiammatoria avevano una più bassa densità minerale ossea all’inizio dello studio, probabilmente per una costituzione corporea più piccola, ne hanno persa comunque meno rispetto alle loro coetanee in sei anni di osservazione.ginnastica-dolce-1

Fibre & Salute

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Seguire un’alimentazione ricca di fibre fa bene alla flora batterica dell’intestino, rendendola in grado di difenderci meglio da microrganismi patogeni. A prendere in esame ciò che accade se i nostri microbi intestinali non ricevono la giusta quantità di fibra, è uno studio pubblicato su Cell e condotto da un team internazionale guidato da Eric Martens, professore di microbiologia presso l’Università del Michigan Medical School.

I ricercatori hanno trapiantato su topi fatti nascere senza microbiota, 14 batteri che normalmente vivono nell’intestino umano. Hanno quindi infettato i topi con il batterio dell’E. coli ed esaminato l’impatto di diete con quantità diverse di fibre. In topi che avevano ricevuto una dieta costituita dal 15% di fibra, ovvero cereali, frutta e ortaggi, l’infezione indotta non ha attecchito. Il loro strato di mucosa intestinale, ovvero lo spessore che riveste le cellule epiteliali dell’intestino, è rimasto intatto, proteggendoli dall’infezione.

fibre-2Ma quando gli scienziati hanno sostituito la dieta con una totalmente senza fibra, i microbi intestinali hanno cominciato a mangiare la mucosa intestinale e in un paio di giorni i batteri hanno iniziato a invadere la parete del colon. I microbi intestinali, hanno osservato i ricercatori, si nutrono di fibra. Se manca viene innescata una maggiore produzione di enzimi muco-degradanti, che assottigliano lo spessore della mucosa, diminuendone la funzione di barriera contro microrganismi dannosi e rendendo l’intestino più incline ad infezioni.

 

La pasta non fa ingrassare, anzi …

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Una ricerca dell’I.R.C.C.S. Neuromed di Pozzilli mostra come, contrariamente a quanto molti credono, il consumo di pasta non contribuisca all’obesità, ma sia invece associato ad una diminuzione dell’indice di massa corporea.

Negli ultimi anni la pasta si è ritrovata addosso una cattiva reputazione: farebbe ingrassare. Cosa che ha spinto molte persone a decidere di limitare il suo consumo, spesso nel quadro di una di quelle aggressive diete “fai da te”.

Ora una ricerca condotta dal Dipartimento di Epidemiologia dell’I.R.C.C.S. Neuromed di Pozzilli rende giustizia a questo fondamentale elemento della Dieta Mediterranea, mostrando come il consumo di pasta sia in realtà associato a una riduzione dell’obesità, considerando sia quella generale, che quella specificamente addominale.

La ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica Nutrition and Diabetes, ha preso in esame oltre 23.000 persone inserite in due grandi studi: Moli-sani e INHES (Italian Nutrition & HEalth Survey), condotti dallo stesso Dipartimento. “Analizzando i dati antropometrici dei partecipanti e le loro abitudini alimentari – spiega George Pounis, primo autore del lavoro – abbiamo visto che il consumo di pasta, diversamente da quello che molti pensano, non si associa a un aumento del peso corporeo. Al contrario i nostri dati mostrano che mangiare pasta si traduce in un più salutare indice di massa corporea, una minore circonferenza addominale e un miglior rapporto vita-fianchi”.

Dai numerosi studi già condotti, la Dieta Mediterranea emerge chiaramente per i suoi effetti benefici sulla salute, compreso il controllo del peso. Molto poco, invece, si sapeva del ruolo specifico di un componente basilare come la pasta. I dati dello studio Neuromed, ora, vanno a colmare questa lacuna, confermando alcune osservazioni recentemente condotte negli Stati Uniti e in Grecia.

“La pasta – dice Licia Iacoviello, Capo del Laboratorio di Epidemiologia Molecolare e Nutrizionale del Neuromed – è spesso considerata un fattore da limitare quando si segue una dieta per perdere peso. C’è chi la elimina completamente dai suoi pasti. Alla luce di questa ricerca, possiamo dire che non è un atteggiamento corretto. Stiamo parlando di un componente fondamentale della tradizione mediterranea italiana e non c’è ragione per farne a meno. Il messaggio che emerge da questo studio, come da altri lavori scientifici già emersi nell’ambito dei progetti Moli-sani e INHES, è che seguire la Dieta Mediterranea, nella moderazione dei consumi e nella varietà di tutti i suoi elementi, la pasta in primis, rappresenta un vantaggio per la salute.

Obesità infantile: considerazioni e suggerimenti pratici

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obesità-infantileSpesso i genitori e gli adulti in generale credono, erroneamente, che le conseguenze dell’obesità ricadano esclusivamente sul fisico, nell’ accumulo di grassi in eccesso.
In realtà il problema è molto più importante, soprattutto per i bambini, per i quali possono determinarsi disfunzioni e anomalie anche a carico degli altri organi.
Fra queste in particolare l’accumulo di grasso nel fegato nel 60-70% dei casi; l’iperinsulinismo nel 50-60%, con possibili evoluzione verso il diabete; l’aumento dei grassi circolanti (ipercolesterolemia e ipertrigliceridemia), l’ipertensione arteriosa e, non da ultimi, problemi psicologici e funzionali.

Rivelazioni allarmanti, se si pensa che l’obesità è purtroppo un problema sempre più diffuso in età pediatrica.
È importante, dunque, prima di tutto individuarla. I genitori devono infatti valutare con attenzione gli incrementi di peso del bambino o un eventuale aumento della pancia, non sottovalutando un potenziale problema. A tal fine, per valutare correttamente il grado di sovrappeso del proprio figlio, si dovrebbe fare riferimento al rapporto peso/statura (IMC) indicato sulle relative tabelle usate da tutti i pediatri. Il 97-98% dei casi di obesità infantile sono legati alla costituzione (familiarità), alle abitudini alimentari sbagliate ed alla sedentarietà.

Non è raro che i bambini in sovrappeso non mangino quantità enormi di cibo, ma mangino male. Gli studi indicano in ogni caso regimi alimentari troppo ricchi in proteine (in particolare di derivazione animale) e in grassi; poveri in carboidrati complessi e in fibre (frutta, verdure e legumi);con ritmi incongrui (colazione spesso assente, spuntini o merende molto ricche ed accompagnate dallo spizzicare continuo, doppi secondi piatti ai pasti principali, ecc.). In tutti questi casi è fondamentale indirizzare il più precocemente possibile il bambino verso corrette abitudini alimentari, senza demonizzare alcun cibo.

Altrettanto importante è stimolare il bambino a praticare almeno uno sport, come il nuoto, che risulta adatto in queste situazioni, ma soprattutto spingerlo al movimento spontaneo, come salire o scendere le scale a piedi, passeggiare, ecc… Meglio evitare, ovviamente, che stia seduto per ore davanti al computer o alla televisione; è infatti ormai ampiamente dimostrato il rapporto diretto tra sovrappeso e tempo trascorso davanti al televisore. Per affrontare il più presto possibile il problema è comunque importante rivolgersi al pediatra e, ove vi siano problemi maggiori, a centri specializzati che risolvano la situazione con percorsi specifici di educazione alimentare, come avviene, ad esempio, presso l’ U. O. di Educazione Alimentare dell’ Ospedale Pediatrico Bambino Gesù (http://www.ospedalebambinogesu.it/alimentazione).

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LA GOLOSITÀ È SCRITTA NEL DNA

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Non tutti reagiscono allo stesso modo alla tentazione di mangiare quantità eccessive di cibi ipercalorici: la golosità indomabile, infatti, è una caratteristica soggettiva che è scritta nei geni.

Lo hanno scoperto i ricercatori guidati da Tony Goldstone dell’Imperial College di Londra, da molti anni impegnato in studi su obesità e dimagrimento. Il lavoro è stato presentato al Meeting annuale dell’Obesity Society a Los Angeles.

Gli scienziati britannici hanno scoperto che la scelta dei cibi, in particolare la preferenza per alimenti ipercalorici, è influenzata da due mutazioni genetiche a carico dei due geni, FTO e DRD2. Il primo era già noto per predisporre all’obesità e il secondo è un gene importante a livello cerebrale, perché regola la dopamina, il neurotrasmettitore del “piacere”. Gli esperti hanno esaminato il Dna di un gruppo di persone di varia “taglia”, da magri a obesi. Hanno sottoposto tutti i volontari ad una sorta di “test della golosità” proponendo loro delle immagini di diversi tipi di cibi tra cui le cosiddette “bombe caloriche”.
Hanno poi chiesto loro quanto fossero attratti da quei cibi e contemporaneamente osservato l’attività del loro cervello attraverso una risonanza magnetica. È emerso, così, che gli individui che presentavano nel proprio Dna le mutazioni a carico dei due geni, FTO e DRD2, risultavano palesemente più golosi e incapaci di resistere ai cibi ipercalorici.

Nel loro cervello, infatti, alla sola vista di quei cibi, i centri della ricompensa e del piacere, mostravano un forte aumento di attività. Secondo gli esperti questa scoperta potrebbe portare a sviluppare approcci personalizzati per dimagrire, aiutando le persone che non sanno resistere alle tentazioni dei cibi ipercalorici, ricchi di grassi e zuccheri.

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Allarme carni rosse e lavorate

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Metto all’attenzione dei miei pazienti un importante articolo, riguardante uno studio sulla correlazione tra il consumo di carni, in particolare rosse e lavorate, e l’insorgere di tumori al colon retto.

Oms: “Le carni rosse e lavorate nella lista dei prodotti cancerogeni. Più se ne mangia e più aumenta il rischio di avere un tumore”.

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Lo ha stabilito l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro dell’Oms dopo una revisione di 800 studi sul legame tra carni rosse e lavorate e tumore. “Per un individuo, il rischio di sviluppare il cancro del colon retto a causa del consumo di carne rimane piccolo, ma questo rischio aumenta con la quantità di carne consumata”. Il consumo di carne rossa non lavorata finisce invece nella lista dei probabili cancerogeni per l’uomo.

26 OTT – Salsicce, wurstel, insaccati e chi più ne ha più ne metta. Che un uso eccessivo fosse poco salutare era noto ma ora arriva la conferma che un loro consumo può provocare il cancro negli esseri umani, come il fumo o l’amianto. È quanto ha rilevato l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC), dell’Organizzazione mondiale della sanità, che ha valutato la cancerogenicità del consumo a base di carne rossa e carni lavorate.

Dopo un attento esame della letteratura scientifica gli studiosi dello IARC hanno deciso di catalogare fra i cancerogeni certi (gruppo 1) “sulla base di sufficienti evidenze che le legano al tumore del colon, le carni rosse lavorate, ovvero quelle salate, essiccate, fermentate, affumicate, trattate con conservanti per migliorarne il sapore o la conservazione. Inoltre un legame è stato individuato anche con il tumore allo stomaco”. Gli esperti hanno concluso che ogni porzione di 50 grammi di carne lavorata mangiato ogni giorno aumenta il rischio di cancro colon retto del 18%.
Il consumo di carne rossa (per esempio manzo, maiale, vitello, agnello, montone, cavallo o capra) è stato invece inserito nella lista dei probabili cancerogeni per l’uomo (gruppo 2A), “in considerazione dei numerosi e rilevanti dati che dimostrano un’associazione positiva fra carni rosse e soprattutto cancro al colon, ma anche tumori di pancreas e prostata”.

“Per un individuo, il rischio di sviluppare il cancro del colon-retto a causa del consumo di carne rimane piccolo, ma questo rischio aumenta con la quantità di carne consumata”, spiega Kurt Straif, Capo del Programma Monografie IARC. “In considerazione del gran numero di persone che consumano carne, l’impatto globale sulla incidenza del cancro è di importanza per la salute pubblica”. Il gruppo di lavoro IARC considerato più di 800 studi che hanno indagato le associazioni di più di una dozzina di tipi di cancro con il consumo di carne rossa o carne lavorata in molti paesi e popolazioni con diete diverse. La prova più influente è venuta da ampi studi prospettici di coorte condotti nel corso degli ultimi 20 anni. Lo studio è stato pubblicato su The Lancet.

Alimentazione vegetariana ed additivi

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Porto all’attenzione dei lettori del mio sito questo articolo della dottoressa Francesca Pia Menanno estratto dal sito La Scuola di Ancel, che vi invito a visitare per farvi apprezzare quanto è difficile essere integralisti in uno stile alimentare. Buona lettura!

uomo che legge

Negli ultimi anni sta crescendo rapidamente il numero di consumatori che scelgono l’alimentazione vegetariana. Nel contempo cresce anche il numero di ristoranti, attività e iniziative a sostegno di essa.
Il Position Paper redatto nel 2009 dall’ADA (American Dietetic Association) definisce vegetariano un regime alimentare che esclude le carni (compresi i volatili), i prodotti della pesca e i derivati di essi.
All’interno del panorama vegetariano esistono però modelli alimentari che possono variare notevolmente tra loro. Il modello “latto-ovo-vegetariano” include latte, latticini e uova mentre il “latto-vegetariano” include i latticini ma esclude le uova. Il modello “vegano”, invece, esclude completamente ogni prodotto di origine animale o suo derivato.
Le ragioni della scelta vegetariana, al di là della componente salutistica, hanno quasi sempre una motivazione di tipo ambientalista. Molti vegetariani, pertanto, fanno scelte “responsabili” nei confronti dell’ambiente scegliendo di non utilizzare qualunque prodotto, compresi farmaci e cosmetici, di derivazione animale.
Ecco quindi che, nell’elaborazione di un menù vegetariano o vegano, emerge la necessità di conoscere a fondo la composizione dei prodotti alimentari affinché si possa essere certi che essi non contengano alcun derivato di origine animale. Per esempio, un individuo vegano tende a escludere dal proprio menù quei prodotti confezionati che contengono ingredienti quali proteine dell’uovo, albume d’uovo, proteine del latte, siero del latte e così via. Ciò vale anche per gli additivi.
Ricordiamo che l’EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) definisce additivi le «sostanze deliberatamente aggiunte ai prodotti alimentari per svolgere determinate funzioni tecnologiche».
Alcuni additivi potrebbero essere di origine animale; altri possono anche non essere direttamente di derivazione animale, ma non sempre l’azienda che li utilizza può garantirne l’origine.
Per chi volesse reperire informazioni affidabili sugli additivi di possibile origine animale, il compito risulta pertanto piuttosto arduo. Un elenco è consultabile sul sito www.food-info.net, realizzato e gestito dal Food Technology Department della Wageningen University dei Paesi Bassi. Nella pagina dedicata è specificato che alcuni additivi possono essere sia di origine animale sia non animale. Vi è una tabella con gli additivi in questione e la loro origine.
Altre informazioni si possono reperire sul sito della Vegetarian Society, la più antica organizzazione vegetariana al mondo, con più di 150 anni di storia alle spalle. Nella sezione relativa all’argomento additivi viene fatta una distinzione tra gli additivi non adatti ai vegetariani e quelli non opportuni per i vegani.
I prodotti a cui è necessario prestare più attenzione sono ovviamente quelli confezionati e quelli più “compositi”.
Pertanto, la strada più opportuna per evitare derivati di origine animale resta sempre quella di preparare i prodotti e le ricette partendo da pochi ingredienti di origine certa.

Non mangiare non fa dimagrire

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Dimagrire significa semplicemente consumare meno calorie di quelle introdotte con l’alimentazione. In realtà, non è cosi semplice, il nostro corpo è un sistema complesso che si adatta alle condizioni esterne per sopravvivere.
La carestia o comunque la privazione o la scarsità di cibo minano l’equilibrio del corpo e attivano diversi processi che ci permettono di sopravvivere al meglio, come i processi di adattamento e accomodamento.

Con l’adattamento metabolico, infatti, si ha un abbassamento del metabolismo basale, ossia del consumo calorico dell’organismo a riposo, in modo da preservare le risorse, mentre con l’accomodamento le risorse interne dell’ organismo vengono utilizzate per sopperire al mancato apporto di nutrienti.
Ossia, la riduzione improvvisa e drastica di cibo attiva meccanismi di risparmio energetico, che si oppongono alla perdita di peso e favoriscono un suo recupero immediato.
Inoltre l’impiego dei lipidi (grassi) e delle proteine per ottenere il glucosio necessario per mantenere i valori glicemici nella norma dopo qualche giorno comincia a produrre effetti negativi: la massa magra viene intaccata per convertire le proteine in energia, con conseguente sovraccarico epatico.
In genere l’organismo tende a utilizzare processi di adattamento che non sono distruttivi (per esempio non è intaccata la massa magra).
Tuttavia, per non avere danni bisogna conoscere il dispendio calorico dell’organismo a riposo e l’apporto calorico non dovrà mai allontanarsi troppo da tale valore e ci si deve porre come obiettivo la perdita non di acqua, muscolo e massa cellulare ma massa grassa fornendo quantità sufficienti ed equilibrate di tutti i nutrienti, macro nutrienti (carboidrati, proteine, grassi, acqua) e micro nutrienti (vitamine, sali minerali e oligolelementi). Infatti è d’obbligo ricordare che tutti i nutrienti, senza esclusione alcuna partecipano con meccanismi biochimichi all’espletamento delle funzioni nutrizionali.
Il complesso degli effetti degli alimenti e dei loro costituenti sull’organismo vivente si possono così riassumere:
1)  fornisce materiale energetico (carboidrati e grassi);
2) fornisce materiale di struttura per la crescita ed il mantenimento dell’organismo (proteine e minerali);
3) fornisce sostanze di protezione e di resistenza (proteine, vitamine, sali minerali);
4) apporta elementi indispensabili alle reazioni biochimiche fondamentali per la vita (vitamine, minerali, oligolelementi).
Concludo osservando che in estate si è soliti saltare i pasti, rimandarli o concentrarli in determinati momenti del giorno, ma spesso i benefici aspettati tardano ad arrivare proprio in conseguenza a quanto detto.